lunedì 31 marzo 2008

OGOPOGO, LA MISTERIOSA CREATURA DEL LAGO OKANAGAN


Il Loch Ness è il lago scozzese diventato famoso per gli ipotetici avvistamenti di Nessie, il presunto mostro di Loch Ness. Questo fatto ha scatenato l’interesse di frotte di curiosi, che continuano a perlustrare e scrutare la superficie del lago alla ricerca del mostro.

Questa notorietà manca, per ora, al mostro del lago Okanagan, che congiunge le città di Penticton, Kelowna e Vernon in British Columbia lungo un tratto di oltre 110 chilometri.

Il primo avvistamento del serpente d’acqua Ogopogo, risale addirittura al 1872, quasi cinquant’anni prima del mostro del Loch Ness. Era noto ai nativi Okanagan sotto il nome di N’HA-A-ITK “ Demonio del lago” che lo hanno pure immortalato sulle loro pittografie e fatto anche sacrifici. Secondo un filmato amatoriale da 8 millimetri, risalente al 1968, si calcola che Ogopogo abbia un diametro dai 30 ai 60 centimetri, una lunghezza variante dai 7 metri e mezzo ai quindici metri, sia di colore verde scuro e abbia una testa simile a quella di un cavallo. Ogopogo rimane, tuttavia, una creatura inafferrabile. Una squadra televisiva della ABC e della camera di commercio di Kelowna hanno offerto a più riprese una somma consistente per la miglior fotografia del mostro. Se qualcuno si trovasse a passare da quelle parti durante le prossime vacanze, il posto migliore per ammirare il lago, e magari avvistare Ogopago, è la zona vicina al ponte di Okanagan possibilmente verso mezzogiorno, oppure nel tardo pomeriggio dalle parti di Peachland e del centro Okanagan.

La fotografia migliore sarà pubblicata sul Blog. Garantito.

venerdì 28 marzo 2008

ANNE OF GREEN GABLES - ANNA DAI CAPELLI ROSSI



In Italia la popolarità della serie di libri scritta da Lucy Maud Montgomery cento anni fa, esattamente nel 1908, è legata specialmente alla serie di cartoni animati giapponesi che l’ha resa famosa in tutto il mondo.

Anne Shirley, la protagonista del libro, ha undici anni e una fervida immaginazione oltre ad una grande volontà. Come spesso succede Anne detesta il proprio corpo, in particolare le lentiggini e i capelli rossi, che tiene sempre legati con una treccia, sognando di essere diversa.

In seguito ad un equivoco viene adottata da Matthew e Marilla Culthbert, una coppia che abita in una casa con il tetto a due spioventi verde nel villaggio di campagna di Avonlea: avevano in mente di adottare un ragazzo che potesse aiutarli nei lavori della fattoria, ma alla fine restano colpiti dalla tenerezza e dalla voglia di vivere di Anne. La storia copre l’infanzia e l’adolescenza della ragazza e della sua amica del cuore, Diana Barry. La maestra della scuola, la signorina Stacey si accorge del talento letterario di Anne e l’aiuta ad entrare alle scuole superiori. La morte improvvisa di Matthew, dovuta al dolore causato dalla perdita di tutti i risparmi della famiglia in seguito ad un tracollo finanziario, la fa decidere di restare accanto a Marilla e diventare essa stessa insegnante della scuola di Avonlea, dove aveva studiato da bambina.

Sono stato sintetico. In realtà Lucy Maud Montgomery scrisse 21 libri sulla vicenda, tutti ambientati a Prince Edward Island, l'isola del principe Edoardo.

In occasione del centenario Pince Edard Island ospiterà svariate manifestazioni legate proprio nei luoghi dove sono ambientate le storie di Anne of Green Gables. Da qualche anno l'isola, famosa anche per la produzione di eccezionali patate, è collegata alla terraferma attraverso il Confederate Bridge e naturalmente da diversi traghetti. Facile quindi da raggiungere e da visitare.

La maggior parte dei turisti che si incontrano sono giapponesi, i quali hanno mitizzato Anne a tal punto da utilizzare i libri della Montgomery come testi scolastici.

Perché proprio i giapponesi?

Nel 1894 quando il Giappone decise di aprirsi al modo occidentale, il re Meiji permise l’ingresso anche ai missionari metodisti canadesi, che quasi subito inaugurarono una scuola per ragazze. Molte di queste allieve divennero cristiane e cominciarono a leggere i romanzi occidentali popolari in quel periodo. Una di queste, Hanako Muraoka ebbe in regalo Anne of Green Gables da Loretta Shaw, costretta ad abbandonare il paese alla vigilia della seconda guerra mondiale. Hanako cominciò a tradurre il libro, opera che continuò nonostante i pericoli derivanti sia dalla guerra sia dalle possibili ritorsioni nel caso fosse stata scoperta con la letteratura del nemico. Al termine del conflitto, con l’editoria giapponese distrutta, il manoscritto già pronto fu pubblicato abbastanza in fretta. Anna dai capelli rossi ebbe un successo immediato in quanto in Giappone non esistevano libri per bambini, in modo particolare per le bambine. Le bambine delle favole sono spesso degli spettri o degli spiriti maligni, mentre Anne si addiceva perfettamente alla scala dei valori giapponesi. Soprattutto calzava con il paradigma di Momo-Taro, il Ragazzo-Pero, eroe della tradizione che nasce da un pero, viene adottato e cresciuto da una coppia di anziani. La storia si conclude con il ragazzo che uccide un mostro e riporta un tesoro ai suoi genitori. Come Anna, che vince la borsa di studio e rinuncia per restare con Marilla, cosa che farebbe ancor oggi qualsiasi ragazza giapponese.

Ecco perché i giapponesi continuano a visitare Prince Edward Island. Per loro Anne non è una ragazza vittoriana, ma una loro contemporanea.

P.E.I: Prince Edward Island. Anne of the Seven Gables. I luoghi di Lucy Maud Montgomery.

Da scoprire secondo le emozioni e i desideri personali.

giovedì 27 marzo 2008

ESTATE 1966 - seconda parte


Foto Archivio Air Melançon


Segue da mercoledì 26 marzo
Partono alle 8, papà, Johnny e la guida Pierre, armati di canne, retini, etc. Prima di allontanarsi con la barca Pierre ci raccomanda di non allontanarci troppo né addentrarci nel bosco, per il pericolo di perderci. Possiamo passeggiare sullo spiazzo che porta al lago e alla riva del fiumiciattolo. Ci assicura che non ci sono animali pericolosi in questa zona e che comunque non escono dal bosco di giorno.
Mamma ed io trascorriamo la mattinata all’aperto a prendere il sole ammirando il paesaggio che sembra un quadro. Chissà perché quando una cosa è bella oltre ogni immaginazione si dice che sia come un quadro? Boh. Raccogliamo tanti lamponi. Il cinguettìo degli uccelli si fa sempre più intenso.
Verso mezzogiorno rientriamo per prepararci il pranzo. Gli uomini non torneranno che al tramonto. Mi siedo al mio posto con la schiena appoggiata al muro dove c’è una grande finestra. La mamma si avvicina al tavolo, la vedo irrigidirsi, spalancare gli occhi mentre guarda fuori dalla finestra al di sopra della mia testa… sussurra ma scandendo bene le parola: st-ai fer-ma, non -ti- muo-ve-re, fuo- ri c’è -l’or-so!
Un fremito di terrore lungo la schiena. Pochi secondi di paralisi completa, poi cominciamo a muoverci lentamente e guardiamo fuori: sfilano davanti a noi una mamma di orso nero ed il suo cucciolo, sculettando con grazia verso il fiume, indifferenti alla nostra presenza. Rimarranno quasi un’ora nei dintorni del fiume e del lago, spesso sguazzando nell’acqua probabilmente alla ricerca di pesciolini o rane. Con la stessa apparente indifferenza di prima, rientrano nel bosco passando davanti alla nostra finestra. Che meraviglia, non riesco a dire altro, dopo tanti anni ancora mi emoziono al ricordo.
Tornano trionfanti i 3 pescatori. Corriamo alla barca. La mamma esordisce dicendo che oggi abbiamo avuto visite. Gli uomini ci guardano perplessi, le case abitate più vicine sono a parecchie decine di chilometri… nessuno di loro ci crederà ... ma la storia non finisce qui…

SEGUE…

mercoledì 26 marzo 2008

ESTATE 1966


Estate 1966.
Eccoci al piccolo molo degli idrovolanti Melançon a Sainte-Anne-du-Lac, tra i Monti Laurenziani del Québec, in posa per immortalare l’inizio di una memorabile avventura che durerà una settimana. Bagaglio leggero e poi ci sono le canne da pesca. Null’altro.
Viaggeremo su due velivoli, io e mio fratello con la guida Pierre ed un pilota mentre mamma e papà ci seguiranno, trasportati da Monsieur Melançon. Voliamo per quasi un’ora, un idrovolante vicino all’altro, con gli occhi incollati verso il basso a contare decine di laghetti, incastonati fra fitte foreste di aceri, betulle e abeti, scrutando le rive a caccia del padrone incontrastato di questo habitat, l’alce. Per essere certi che si riesca a vederlo, mentre immerso fino alle ginocchia va col muso alla ricerca di tenera vegetazione, i piloti si divertono a spingersi in ardite manovre. Noi ragazzi gridiamo dall’eccitazione mentre, lo scopriremo dopo, la mamma tiene gli occhi chiusi stretti stretti ogni volta che l’idrovolante si inclina dalla sua parte! Che meraviglia, ho ancora negli occhi quegli intensi colori, il sole che si riverbera sulle acque pure e scintillanti!
Ci abbassiamo, scivolando verso la riva di un laghetto. Un molo di legno un po’ sgangherato, si salta giù e qualche metro più in là, a ridosso del bosco, una casetta di legno con 2 finestre. Qualche gradino per entrare, attraversiamo le porte, una di legno e l’altra completamente di rete antizanzare. Ambiente a dir poco spartano, tre letti a castello di legno, un lungo tavolo con tanti sgabelli e l’angolo cottura con stufa a legna. I servizi sono fuori.
Dal molo un prolungato saluto ai piloti che seguiamo con lo sguardo finchè i velivoli non sono completamente scomparsi all’orizzonte. Restiamo soli con Pierre nel silenzio, apparentemente assoluto, dopo che il rombo dei motori in accelerazione si è dissolto nell’aria. Siamo a ore e ore di cammino da qualsiasi centro abitato.
Perlustriamo i dintorni senza però addentrarci troppo nel fitto del bosco. Qui abitano creature solitarie a cui non vogliamo recare disturbo, per la loro e la nostra sicurezza. Papà e Pierre recuperano e mettono in acqua la barca che ci servirà per gli spostamenti nel lago. Montiamo le canne, cerchiamo esche nel terreno morbido. Tutto è pronto per domani mattina. All’improvviso il sole scompare del tutto, cala un buio denso e impenetrabile. I nostri sensi conoscono per la prima volta il rumore del silenzio.
Pierre ci delinea la giornata di domani, senza trascurare le ferree regole da seguire in questo ambiente ostile ed ospitale allo stesso tempo. Dipende da noi.
Dopo cena, a lume di candela, si va presto a letto. La stanchezza è tanta ma il sonno tarda a venire… dall’alto del nostro giaciglio, noi ragazzi teniamo gli occhi fissi verso le finestre in attesa delle prime luci dell’alba…

SEGUE…

martedì 25 marzo 2008

AEROPORTI CANADESI


Gli aeroporti internazionali di Halifax in Nova Scotia, Ottawa in Ontario e Vancouver in British Columbia hanno raggiunto risultati lusinghieri nei sondaggi riguardanti il servizio di qualità condotto dal consiglio aeroportuale internazionale.

In particolare gli aeroporti di Halifax e Ottawa si sono classificati al 1° e 2° posto al mondo nella categoria degli aeroporti con un volume di traffico inferiore a 4 milioni di passeggeri.

Vancouver figura invece al 4° posto tra gli aeroporti con un traffico di 15-25 milioni di passeggeri. Le immagini si rifersiocno proprio ad un atterraggio a Vancouver in categoria III.

Halifax è stato nominato al primo posto tra gli aeroporti canadesi con Ottawa al terzo rango.

Ad Halifax è stato pure assegnato il premio come l’aeroporto preferito del Nord America.

Le classifiche si basano sui dati contenuti in circa 200.000 formulari compilati dai passeggeri nel 2007. I sondaggi mettono in rilievo il primo giudizio dei passeggeri su 34 elementi che vanno dal check-in fino al gate di partenza.

Non sono riuscito ad avere le classifiche di Montreal e Toronto che per la loro complessità non possono essere considerati sempre positivamente, ma che secondo hanno una grande visione del presente e del futuro nel mondo del trasporto aereo.

giovedì 20 marzo 2008

SILVIA FUSE'

Il lavoro ci mette spesso in comunicazione con persone che sembrano normali, ma che in realtà, dietro la maschera professionale, nascondono altre virtù. Ad esempio, per anni ho dialogato di commercio estero con Silvia Fusè quando rappresentava gli interessi economici del Canada all'interno di un ufficio consolare di Milano che ora non esiste più. E Silvia, adesso che fa? Silvia lavora sempre nel settore, ma coltiva con maggior libertà la sua spontanea vocazione musicale.

Silvia Fusé canta fin da bambina per festival, feste, rassegne e concorsi musicali, ovunque ci sia musica.

Studia pianoforte per 10 anni e tecnica vocale per 2 anni. Nel 1992 decide che il Soul e’ la sua vera ‘’anima’’ ed entra a far parte della formazione BigliettiFalsi, 10 musicisti e una sezione vocale con 3 voci femminili guidate da Silvia, con un repertorio coinvolgente da Aretha Franklin a Otis Redding, a The Commitments, a James Brown. Voce solista di questa band gira per l’Italia e su Milano i BigliettiFalsi sono protagonisti di serate travolgenti in locali storici come il Tangram, il Capolinea e le Scimmie. Nel 2003 I Biglietti Falsi partecipano (unici tra le band italiane) al Porretta Soul Festival, la piu’ importante manifestazione internazionale di musica soul che si svolge ogni anno in Italia a Porretta Terme.

Durante questi anni Silvia incide vari pezzi di musica dance per etichette quali la Time e la Energy e collabora con alcuni dei piu’ importanti produttori e protagonisti della musica dance in Italia, come Mario Fargetta (Radio Deejay), Larry Pignagnoli e Davide Riva (produttori di Ivana Spagna), Francesco Bontempi (produttore di Corona e Warner Italia), Pap’s and Scar (Radio 105 e Radio Montecarlo), incidendo per questi ultimi anche brani i cui testi sono firmati da Nick the Nightfly (Radio Montecarlo). Incide anche jingle per trasmissioni di Radio Deejay, quali Megamix e Deejay Time. Nel 2002 riceve il premio di migliore artista Dance-Soul per l’Italia nel Music Award contest di Brescia insieme ai Mastertracks di Roma. Intanto collabora ed incide pezzi per Maurizio Bassi, primo produttore di Eros Ramazzotti.

Nel 2003 collabora con il produttore Pierpaolo D’Emilio (Dirotta su Cuba) e viene scelta per la campagna pubblicitaria sulla sicurezza di Renault. Nasce cosi’ il pezzo ‘’Legati e Liberi’’ con I Dirotta su Cuba di cui Silvia e’ voce e interprete del video. Con i Dirotta Silvia fa molti concerti in giro per l’Italia nel 2003 e alcuni fino all’estate del 2004.

Nel frattempo scrive pezzi con la nuova band, Seyes, e nel 2005 nasce un nuovo progetto, I Mother of Groove, ispirato ad atmosphere rock-soul atmosphere, con rivisitazioni originali di pezzi di Jimi Hendrix, Sting, Alanis Morrissette, Prince, Eric Clapton, Joss Stone, Ray Charles, Stevie Wonder e molti altri.

Profili delle band:

SEYES

La band nasce nel 2003. Alcuni dei musicisti dei Seyes hanno fatto per molto tempo parte della band BIGLIETTI FALSI, formazione soul-R&B che da più di 10 anni si esibisce in alcuni dei più interessanti locali di Milano, tra cui Le Scimmie, Tangram, ‘’il fu’’ Capolinea, Tunnel, Blues Canal, Indian Cafe’ e tanti altri.
Da questa formazione di 10 elementi,il nucleo dei Seyes (Silvia, Alessandra, Angelo e Davide) ha tratto l’ispirazione per dare vita a una band nuova, mantenendo ancora una parte del repertorio di cover, ma soprattutto spingendosi a esplorare la scrittura e la composizione di pezzi propri, dal sound e dalle atmosfere pop-soul.
I Seyes si distinguono per il sound caldo ed energetico, il groove puntuale e incalzante, che non manca mai di travolgere il pubblico in un puro e coinvolgente divertimento, tra soul, pop e dance. Il tutto è condotto da Silvia Fusè.
www.myspace.com/silviafuseseyes

Mother of Groove
La band nasce nel 2005 ispirato ad atmosphere rock-soul atmosphere con rivisitazioni in chiave nuova e con elementi essenziali (chitarra, basso, batteria e voce) pezzi di Jimi Hendrix, Sting, Ray Charles, Eric Clapton. Alla chitarra Osvaldo di Dio (
www.osvaldodidio.com) , al basso Massimo Ciaccio, alla batteria Michele Salgarello, il tutto condotto da Silvia Fuse'.
www.myspace.com/motherofgroove

mercoledì 19 marzo 2008

SPEDIZIONE ARTICA... sogno nel cassetto!







Ho un sogno nel cassetto: visitare le zone artiche del mio Canada. Resterà un sogno ancora per un po’ perché nel periodo estivo, quando il grande nord è accessibile, io sto accompagnando gruppi di entusiastici viaggiatori alla scoperta del Québec e l’Ontario oppure dell’Alberta e della British Columbia. Però le idee sul come lo farei le ho ben chiare in mente!

Per un indimenticabile viaggio in Nunavut consiglio di appoggiarsi ad un operatore anziché tentare di organizzarselo da soli: la stagione turistica è molto breve, la ricettività limitata, gli spostamenti complessi (solo via aerea o per mare).
I mesi di luglio ed agosto sono il periodo ideale. Sole di mezzanotte, giornate generose. Temperatura media di 9° con rari picchi fino ai 18°.
L’ideale è volare da Montreal ed imbarcarsi per una crociera che tocchi le principali località naturalistiche, storiche, archeologiche, toccando terra con gli Zodiac accompagnati da guide esperte. Itinerari dai 7 ai 10 giorni che ti faranno assaporare le emozioni dei primi esploratori alla ricerca del passaggio a Nord-Ovest e conoscere da vicino la vita degli Inuit: Kuujjuaq - Akpatok Island - Quaqtaq Island - Diana island –Kangiqsujuaq - Digges Island - Mansel Island - Cape Dorset - Mallikjuaq Territorial Park – Kimmirut - Katannilik Park - Kekerten Territorial Historic Park – Pangnirtung – Iqaluit – Qikiqtarjuaq - Auyuittuq National Park - Pond Inlet - Bylot Island - Milne Inlet - Lancaster Sound - Resolute Bay… su un itinerario prefissato, la nave ti porta ad esplorare questo universo affascinante, una moltitudine di ecosistemi, spostandosi secondo le maree, le correnti, i ghiacci alla deriva ed i venti.
Le condizioni meteorologiche dettano anche le occasioni di avvistamento a terra ed in navigazione: orsi polari, beluga, narvali, leoni marini, foche, buoi muschiati, colonie di uccelli marini a profusione. Il paesaggio selvaggio ed incontaminato della tundra toglie il respiro e ti invita al silenzio, ai movimenti lenti, al rispetto incondizionato di ciò che potranno interiorizzare i tuoi sensi.
Sono emozioni lancinanti che ti resteranno nostalgicamente impresse (credimi, sono stata in Antartide qualche anno fa, difficile spiegare cosa provo ogni volta che ci penso!).

Consigli pratici: caldo abbigliamento a cipolla, pantaloni impermeabili, giacca impermeabile con cappuccio, guanti, sciarpa e copricapo caldi, stivali al ginocchio di gomma antiscivolo, scarponi da trekking comodi, calzettoni, lozioni solari altamente protettive… insomma, avete capito!
E poi esagerare pure con il materiale fotografico e non dimenticare il binocolo!
Ecco alcuni degli ottimi siti ricchi di informazioni sull’Artico (alcuni anche con testo in Inuktutut, la lingua degli Inuit) da consultare assolutamente prima di intraprendere un viaggio nell’artico canadese:
http://www.makivik.org/

martedì 18 marzo 2008

THE MOBILE CITY : RACCONTA LA TUA CITTA', LA TUA COMUNITA', LA TUA VITA

L’idea di un racconto fotografico basato sulle immagini scattate dai telefoni cellulari dei giovani delle città gemellate di Toronto e Milano è davvero geniale. Alla base c’è il desiderio di dare maggiore visibilità ai giovani che hanno un rapporto quotidiano con il telefonino e sono quindi in grado di catturare meglio di altri le diverse sfaccettature della città e dare un senso diverso a quello che appare.

Alla fine ci sarà il confronto tra il modo di vedere, do osservare, di commentare dei giovani italiani e canadesi.

Il progetto iniziato dalla Camera di Commercio di Toronto è organizzato assieme alla Camera di Commercio di Milano e al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo – Milano con il patrocinio delle due città.

Come funziona?

I ragazzi dai 16 e i 22 anni fotograferanno la loro città. Avranno un sito web.2.0 a disposizione dove inserire, cambiare e analizzare le proprie immagini. Tempo fino al 28 maggio 2008. Premiazione il 2 giugno 2008.

I finalisti vedranno le loro opere in un libro e a luglio saranno ospitati dal Museo di Fotografia Contemporanea di Milano e dal George Brown College di Toronto.

Ma non finirà qui. La raccolta delle fotografie proseguirà durante l’estate e le opere prescelte confluiranno poi in una mostra che si terrà in autunno in contemporanea a Toronto e a Milano. In questa occasione l’alta tecnologia avrà un ruolo precipuo quando si mescoleranno immagini stampate, video e immagini inviate direttamente sul display dei visitatori.

Grande occasione per conoscere le due città da angolature diverse e grande gioia per noi che quando parliamo, scriviamo di Canada tentiamo di dare spazio al nuovo, al dimenticato, al trascurato. Non si tratta di andare via dalla pazza folla, ma semplicemente di guardarci attorno. Addirittura, non servono occhi diversi quanto l’attenzione alle cose che vediamo in maniera paradigmatica.

milano@mobilecityphoto.org

lunedì 17 marzo 2008

ARCTIC WINTER GAMES 2008 a Yellowknife


Si sono appena disputati, quest’anno a Yellowknife nei NorthWest Territories, i ventesimi ARCTIC WINTER GAMES riservati a squadre provenienti da paesi circumpolari.
Le gare previste sono: badminton, basketball, biathlon-ski, biathlon-snowshoe, cross country skiing, curling, dog mushing, figure skating, gymnastics, hockey, indoor skating, snowboarding, snowshoeing, speed skating, table tennis, volleyball, wrestling. E fin qui è facile riconoscere sport tipicamente invernali ed altri da praticarsi al coperto, diffusi in tutto il mondo.
A noi sconosciuti sono invece i Dene Games (finger pull; hand games; snow snake; stick pull; pole push) e gli Arctic/Inuit Games (one-foot, two-foot, Alaska high kicks; arm pull; kneel jump; airplane; one-hand reach; head pull; knuckle hop; sledge jump; triple jump).
Il medagliere di 727 ULU (d’oro, d’argento e di bronzo) vede la seguente classifica: Alaska 202, NorthWest Territories 111, Yamal-Nenets 92, Alberta Nord 90, Yukon 81, Nunavut 67, Groenlandia 44, Nunavik Québec 24, Sami 16.
Per saperne di più sui partecipanti, clicca sulle bandierine nella homepage di AWG2008 (inglese e francese). Il sito è ricco di immagini e filmati. Interessante anche il giornale dei Giochi: ULU NEWS.

mercoledì 12 marzo 2008

VACANZE IN LIBERTA'


Vacanze on libertà era il motto che CP Air aveva adottato per pubblicizzare le vacanze in Canada.

Si era nel 1976. Molti italiani conoscevano le roulotte simbolo della vita all’aperto e lontana dalle convenzioni legate alla rigidità dei viaggi organizzati e dei pernottamenti in albergo. Roulotte tuttavia significava spesso viaggi in Italia e soltanto per gli ardimentosi Europa. L’idea ebbe un successo strepitoso. Ancora oggi parlo con alcuni di quei pionieri : Vittorio, ad esempio, che per anni vagò dall’Atlantico al Pacifico con moglie, figli e amici che iniziò alla vita all’aperto e alle soste nei parchi. Quelli dove si trova la legna già pronta per fare il barbecue e dove tutto era e resta in perfetto ordine. Tutto però secondo le regole e guai a parcheggiare fuori dalle aree predisposte. Guai anche a superare i limiti di velocità perché si corre il rischio di essere fermati non solo dalla polizia stradale, ma anche da semplici cittadini che mal sopportano il piede pesante dei turisti. E Roberto, insegnante di liceo che in Canada ha guidato decine di scolaresche alla scoperta della natura del British Columbia. Il successo è stato grande e alcuni studenti sono poi ritornati per stabilircisi definitivamente. Forse ha ancora il camper disperso in qualche angolo remoto.

Vacanze in roulotte, quella che noi chiamiamo camper oppure motorhome.

I veicoli che il mercato canadese offre a distanza di 30 anni sono spaziali e offrono tutte le comodità cui siamo abituati. Però lasciano sempre la sensazione di essere di fronte all’immensità e di vivere un’avventura. In realtà il cambiamento del Canada non è stato radicalissimo. Alcuni spazi si sono riempiti, specialmente vicino alle grandi città, ma il Canada è sempre adatto ai viaggi senza meta. Il camper permette di farlo, anche e soprattutto con i bambini piccoli.

Metto l’accento sui bambini che finalmente possono dormire e mangiare quando vogliono e anche giocare senza sentirsi d’impiccio ai grandi. Avranno tempo dopo per i musei e le altre delizie dell’età superiore. Lasciamoli nello spazio prima di tornare alle costrizioni ambientali nostrane.

Unico avvertimento : i camper sono ingombranti e quindi il posto camper sui ferry deve essere prenotato in tempo onde evitare disguidi. E poi, andare, andare, andare e osservare. Non serve altro.

martedì 11 marzo 2008

RISOTTO AI FUNGHI PORCINI


Servono tre pugni di riso Carnaroli per ghiottone.
Pentola con possibilità di aderenze , leggi crosticina.
Gettare il riso in pentola dopo averlo esaminato per togliere eventuali sassolini.
Aggiungere un pò d'olio extra vergine d'oliva e un bicchiere di vino bianco dell'Oltrepò.
Rosolare e asciugare, rimestando.
A questo punto mestolate con acqua calda non salata e un dado.
Rimestare con grazia.
A metà cottura aggiungere i funghi porcini secchi preventivamente ammollati in acqua calda.
Raggiungere lentamente la consistenza del chicco desiderata.
Non ci va, ma io ci metto anche lo zafferano perchè mi piace il colore.
Niente formaggio che altera il sapore.

Che cosa c'entra con il Canada?
C'entra. Quando sarete stufi della cucina locale, del sempre presente salmone in tutte le salse ma non le vostre, di costate costantemente superiori alla vostra fame, di cercare ristoranti italiani nei posti più impensati, allora tirate fuori la mia ricetta.
Magari il riso sarà quello tipo basmati, l'olio di canola, il dado boh, il vino dalla penisola del Niagara, lo zafferano forse in pistilli, ma i funghi ci sono. Almeno in British Columbia ci sono.
Pinete e abetaie piene di porcini. Magari li trovate, prima di tornare in Italia.
Magari incominciate una moda.

lunedì 10 marzo 2008

GEOGRAFIA DEI GRANDI NUMERI

Il Canada è il secondo paese più grande al mondo (kmq 9.970.610) dopo la Russia.

I principali laghi (tra gli oltre 2 milioni di specchi d'acqua che rappresentano circa il 7,6% della massa terrestre del paese) considerati in ordine di estensione sul territorio canadese (molti grandi laghi sono attraversati dal confine con gli Stati Uniti), sono i laghi Huron, Great Bear, Superior, Great Slave, Winnipeg, Erie e Ontario.


Great Bear Lake, N.W.T.


Il più grande lago interamente situato sul territorio canadese è il Great Bear Lake (31.328 kmq) nei NorthWest Territories. Il lago Great Slave è il più profondo del Canada (614 metri) – il sesto più profondo al mondo. Il grande lago (considerando una superficie superiore ai 100 kmq) più elevato è il Chilko Lake in British Columbia, ad una altitudine di 1.171 metri ed un’area di 158.000 kmq.




Della Falls, B.C.

La cascata più alta, 440 metri, è Della Falls in British Columbia.

Thousand Islands, On.
La linea costiera del Canada è la più lunga al mondo: 243,792 km (incluse le coste delle sue 52.455 isole).


Il confine con gli Stati Uniti (Alaska inclusa) è lungo 8.893 chilometri.


Il punto più settentrionale è Cape Columbia, Nunavut (long. 83°7' Nord)

Il punto più meridionale del Canada è Middle Island in Ontario e ben 27 dei 50 Stati americani hanno zone a nord di questa longitudine (41°41' Nord): Alaska, California, Connecticut, Idaho, Illinois, Indiana, Iowa, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Montana, Nebraska, Nevada, New York, New Hampshire, North Dakota, Ohio, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, South Dakota, Utah, Vermont, Washington, Wisconsin e Wyoming.

… ed i superlativi non finiscono qui…

giovedì 6 marzo 2008

TRATTATI INDIANI


I trattati con gli indiani sono degli accordi riconosciuti a livello costituzionale tra la Corona inglese e gli aborigeni. La materia è vastissima e intendo soltanto attirare l'attenzione di chi si imbatte nelle realtà delle persone, oggi note come First Nation oppure come Inuit, e si pone delle domande sul loro stato. Questo soprattutto alla luce delle rivendicazioni territoriali avanzate recentemente dai discendenti delle varie tribù che a partire dal 1701 al 1923 negoziarono a vari livelli oltre 70 accordi.
I primi trattati furono fatti per mantenere la pace, per commerciare, per fare delle alleanze oppure per avere un appoggio militare. Scambi per avere dei favori e delle promesse in cambio della condivisione del territorio. Successivamente con la crescita della presenza europea i trattati assunsero un valore legato alla coesistenza pacifica e soprattutto all'acquisizione di terre e risorse naturali.
Gli indiani davano ovviamente un valore diverso ai trattati con cui pensavano di poter instaurare dei legami sacri tra loro e le persone provenienti da terre lontane.
Le cose non andarono sempre per il verso giusto.
Invito soltanto ad osservare le firme del trattato indiano di Penetangushene oggi Penetanguishene, cittadina dell'Ontario a nord ovest di Toronto, prossima alla Georgian Bay. Le firme dei rappresentanti della provincia dell'Upper Canada sono familiarmente europee. Quelle degli indiani sono per lo meno interessanti. Chabondashcam firma con il pittografico di un cervo, Keewaycamekeishcan con una lontra e Wabeenenguan con un luccio.
Il linguaggio dei trattati è in inglese arcaico e giuridico, ostico.
Le liste degli oggetti, specialmente i primi, non si discosta molto da quelle della memoria
cinematografica : coperte, tabacco, polvere da sparo, coltelli, fucili, specchi, rum, fazzoletti, pettini, acciarini, forbici, tessuti vari, ami.
Ho l'impressione che i punti di partenza fossero ampiamente diversi e distanti tra di loro.

mercoledì 5 marzo 2008

BLACK CREEK PIONEER VILLAGE DI TORONTO


Il Canada conserva con rispetto il suo passato che sembra recente, ma il cui ricordo sta lentamente svanendo nelle nuove generazioni. Per evitare l'oblio vale la pena visitare uno dei tanti siti ristrutturati o ricostruiti come il Black Creek Village di Toronto, visitabile da maggio a dicembre.
Ho ancora nelle orecchie le rampogne degli agenti di viaggio italiani che condussi in gita anni orsono. Impiegarono del tempo a capire che, in realtà, a me interessava imparassero a viaggiare con i mezzi pubblici e che si mischiassero poi con i canadesi avidi di tuffarsi nella loro storia. Quella semplice dei pionieri, dove si impara a essiccare la frutta, a fare il pane, a fabbricare le scope, (vedi foto) a cucinare all'aperto, a filare la lana, a forgiare i metalli, a tingere i tessuti con i colori ottenuti dalle piante coltivate nel giardino, ricordando che la maggior parte degli arnesi furono portati dall'Europa, ma anche ricostruiti attraverso la memoria.
Poco importa se i grandi a volte storcono il naso. Il Village è specializzato nell'intrattenere i bambini che si cimentano, ad esempio, ad usare la zangola per la fabbricazione del burro oppure a costruire le capanne di tronchi. Colpisce soprattutto la semplicità della rievocazione. Alla fine meraviglia il lavoro dei pionieri e tutto quanto hanno fatto per costruire dal niente ,o quasi, una nuova nazione, sia con le conoscenze proprie sia con quelle, anche qui ben evidenziate, dei nativi
che li accolsero.
C'è il riferimento automatico ai nostri finti villaggi medioevali oppure ai nostri musei agricoli che hanno il vantaggio di una continuità temporale e territoriale non indifferente, ma l'atmosfera è piacevole.
Prima di ritornare nella vita quotidiana e fermarsi, magari, a recuperare qualcosa di materiale o intellettuale che si pensava perso per sempre. A volte soltanto una sensazione.

martedì 4 marzo 2008

CORSA AL DIAMANTE


Veduta aerea del Panda Pit, Ekati diamond mine, Northwest Territories.
(Courtesy of BHP Billiton Diamonds Inc.)

Iniziò tutto nel 1991 quando due geologi scoprirono un giacimento di preziosi diamanti a Point Lake nei NorthWest Territories. Da allora fu una frenetica corsa alle concessioni che porterà il Canada ad essere il terzo produttore mondiale di diamanti, ritenuti di ottima qualità, dall’estrazione delle pietre grezze, ormai diffusa in tutto il nord canadese, alla lavorazione, centro nevralgico di quest’ultima attività concentrata a Vancouver nella British Columbia.
Quindi se Marilyn Monroe cantava ‘Diamonds are a girl’s best friend’ è oggi possibile dire che i diamanti siano i migliori amici di molte comunità che vivono nell’estremo nord tra Yukon, N.W.T., Nunavut e la Baia di Hudson.
Soprattutto l’economia dei NorthWest Territories, un tempo lontano divenuti famosi per la mitica Corsa all’Oro, ma successivamente zone scarsamente popolate e dinamismo zero, a beneficiare di questo boom economico. Lavoro per migliaia di persone, dalla prospezione all’estrazione a tutte le attività dell’indotto, per decine di anni a venire.